Una delle paure più ataviche dell’essere umano è essere escluso dal proprio gruppo di riferimento. In epoche antiche, essere tagliati fuori dalla propria comunità significava molto spesso andare incontro a morte certa. Oggi le condizioni sono molto diverse: rompere con il proprio gruppo di riferimento – ad esempio con il gruppo di amici, con i colleghi o con alcuni parenti – non è una minaccia reale alla propria sopravvivenza, ma spesso il cervello continua a interpretarla in questo modo.
L’uomo è un animale sociale. Cercare la propria autenticità in solitudine può funzionare solo per una fase specifica. Arriva un momento in cui questa autenticità deve essere messa alla prova. Riesco a vivere la mia autenticità anche nei rapporti con il prossimo? Riesco a essere me stesso anche nel gruppo?
Il gruppo, in effetti, può essere motivo di alienazione oppure un’occasione preziosa per esprimere la propria autenticità, per imparare a essere se stessi anche in situazioni sociali. Spesso i gruppi sono attraversati da dinamiche emotive inconsce che possono interferire con il loro funzionamento. Tuttavia, esistono anche gruppi estremamente positivi, in grado di far crescere e di esaltare le individualità che li compongono. Anche l’espressione fare gruppo, o fare team, rinvia a questa idea sana del gruppo.
Non si può negare, comunque, che spesso i gruppi siano attraversati da dinamiche sotterranee del tutto irrazionali, spesso condivise inconsciamente da tutti i suoi membri. Lo studioso più autorevole delle dinamiche gruppali in ottica psicodinamica è Wilfred Bion. Quest’ultimo definisce assunti di base gli impulsi emotivi fondamentali che determinano il comportamento di un gruppo, senza che i membri ne siano pienamente consapevoli. Secondo Bion, gli assunti di base sono quasi sempre presenti nei gruppi, anche se non sempre prendono il sopravvento. Alcuni gruppi – che Bion definisce gruppi di lavoro – sono infatti caratterizzati dalla collaborazione reciproca, da un forte senso della realtà e da un approccio più razionale.
Secondo Bion, gli assunti di base che dominano i gruppi sono tre. Il primo è l’assunto di base di dipendenza. Il gruppo si riunisce attorno a una figura dominante, dalla quale dipende e riceve protezione, fisica o anche psichica (a seconda del tipo di gruppo). Il leader viene investito di qualità apparentemente onnipotenti.
Il secondo assunto di base, invece, è quello di attacco-fuga. In questo caso, il gruppo sente di essere riunito per combattere o per fuggire da qualcosa. Qualsiasi proposta del leader, o degli altri membri del gruppo, che sfugge a questa narrativa di attacco-fuga viene sistematicamente ignorata dal gruppo. Bion aveva studiato il funzionamento dei gruppi soprattutto in ambito clinico. È evidente, comunque, come queste dinamiche possano essere riscontrate anche in altri tipi di gruppi. Si pensi a un contesto aziendale. In un ambito del genere, i membri di un team dominato dall’assunto di attacco-fuga si immagineranno sempre in lotta, ad esempio, contro un ufficio rivale o un’azienda competitor.
Infine, Bion definisce il terzo assunto di base dei gruppi assunto di base di accoppiamento. Questo gruppo è animato inconsciamente dalla speranza: si immagina che una persona non ancora nata, o un’idea che non si è ancora incarnata, prima o poi salverà il gruppo. In sostanza, l’assunto di base di accoppiamento coincide con la credenza comune che ogni problematica attuale sarà risolta da un avvenimento collocato nel futuro. Bion usa il termine accoppiamento poiché molto spesso la speranza è riposta in una coppia, il cui figlio – o progetto – dovrebbe salvare il gruppo. Questo è un gruppo molto fragile, poiché per esistere deve rinviare sempre più in là nel tempo la realizzazione dell’ideale per cui il gruppo si è riunito. La speranza, infatti, resta accesa finché l’idea è ancora da realizzare. Quando l’idea si concretizza, questo tipo di gruppo rischia di perdere coesione, a meno che non sposti altrove la propria speranza.
Naturalmente queste dinamiche gruppali non vanno intese come etichette rigide, ma come modalità dinamiche e in continuo cambiamento di funzionamento dei gruppi. Se il lavoro clinico con i gruppi spetta soltanto a professionisti qualificati come psicologi o psicoterapeuti, è pur vero che per il leader di un gruppo (ad esempio il dirigente di un’organizzazione, l’allenatore di una squadra o un leader in qualsiasi altro campo), o anche solo per un membro di un gruppo (che può essere un ufficio, un team sportivo o altro), conoscere queste dinamiche può aiutare in termini di consapevolezza.
Se un leader comprende le dinamiche del gruppo in cui è inserito sarà nella condizione di riconoscerle e di non esserne agito. Si pensi, ad esempio, a un dirigente che si trova in un gruppo con un’attività mentale comune dominata dall’assunto di base di attacco-fuga. Questo leader potrebbe essere del tutto all’oscuro delle dinamiche inconsce che attraversano il gruppo, ma si troverà spinto – più o meno inconsciamente – verso una linea d’azione che presupponga l’esistenza di un nemico esterno (ad esempio un dipartimento rivale, o un’azienda competitor), rispondendo così alle esigenze emotive del gruppo più che a un’analisi realistica della situazione. Osservare il clima emotivo che lo attraversa – se necessario, con il supporto di un consulente qualificato – può aiutare il gruppo a evitare schemi ripetitivi e non più funzionali e a valorizzare, anziché a soffocare, le individualità dei suoi membri.
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Riccardo Fraddosio
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*Per scrivere questo articolo ho consultato soprattutto i seguenti volumi: W. R. BION, Esperienze nei gruppi, Roma, Armando Editore, 1983; L. GRINBERG, D. SOR, E. TABAK DE BIANCHEDI, Introduzione al pensiero di Bion, Roma, Armando Editore, 1991.
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