Nel nostro lavoro siamo più motivati dal riconoscimento sociale o dalla voglia di autorealizzarci in quanto esseri umani con uno scopo? È una domanda che mi accompagna da anni. Nel mio percorso professionale, a un certo punto, ho smesso di cercare l’approvazione degli altri e ho iniziato a chiedermi se ciò che facevo avesse davvero senso e contribuisse alla mia crescita. Senza saperlo, stavo passando dalla ricerca dello status al desiderio di una realizzazione più profonda, anche nel lavoro.
Questa tensione è stata analizzata per la prima volta da Abraham Maslow, ritenuto da molti il fondatore – o, quantomeno, uno dei fondatori – della psicologia umanistica. Nel suo modello teorico, Maslow attribuisce grande importanza alla motivazione interna dell’individuo e propone l’esistenza di una gerarchia dei bisogni rappresentandola come una piramide: alla base si collocano i bisogni fondamentali, al vertice quelli più elevati.
Secondo lo psicologo statunitense, i bisogni fisiologici (riparo, cibo, acqua) tendono ad avere priorità su quelli più elevati, pur riconoscendo che nella realtà le persone possono muoversi tra diversi livelli. A un gradino immediatamente superiore a quello dei bisogni basilari, nella parte centrale della piramide, troviamo i bisogni di sicurezza (sentirsi protetti, al sicuro dalle minacce esterne) e i bisogni di appartenenza.
Il punto più interessante del modello, a mio avviso, è la differenziazione tra i bisogni al vertice della piramide. Infatti, arrivati in cima alla piramide – o quasi – troviamo il bisogno di riconoscimento sociale (il bisogno di stima, o di status). A questo livello siamo motivati dall’apprezzamento altrui. È una fase quasi inevitabile, ma non è ancora la fine del percorso. Secondo Maslow, infatti, esistono bisogni ancor più elevati, che troviamo al vertice: si tratta dei bisogni di autorealizzazione, i quali si concentrano sulla realizzazione del proprio potenziale intrinseco. Maslow in realtà, in una fase successiva, individuò un livello ancora più alto della piramide, che lui definì bisogno di trascendenza e che concepì come il desiderio di connettersi come qualcosa che ci trascende. Va comunque precisato che, nel modello di Maslow, il bisogno di riconoscimento e di stima non è affatto secondario o superficiale: si tratta di un bisogno legittimo che tende a costituire una base importante su cui può svilupparsi la ricerca di autorealizzazione.
Ammetto di non avere studi a supporto di quanto sto per scrivere (quindi prendetela come una mia opinione personale, frutto della mia osservazione), ma ho la sensazione che sempre più persone comincino a intraprendere un percorso professionale non tanto (o non solo) per il prestigio a esso connesso, quanto per la crescita personale che può portare nella loro esistenza. Queste persone, forse, stanno cominciando a sentire sempre di più l’esigenza di integrare la ricerca del riconoscimento, o dello status sociale, con il bisogno di autorealizzazione. Quanto posso imparare da questo lavoro? In che modo può contribuire alla mia crescita personale e professionale? Questo lavoro dà significato alla mia vita, è coerente con i miei valori profondi, ha un senso? Queste domande, forse, stanno iniziando a occupare uno spazio sempre meno marginale nel modo in cui pensiamo al lavoro.
Il modello di Maslow, pur essendo ancora molto influente, nel tempo è stato anche oggetto di critiche e revisioni. Dal mio punto vista, resta in ogni caso un’ottima mappa orientativa dei bisogni umani. Infatti, se è vero che non si può prescindere dai bisogni di appartenenza e di riconoscimento, è anche vero che lo sviluppo sociale e culturale che sta attraversando la nostra società ci porta sempre più a integrare queste componenti con la realizzazione del proprio potenziale e con una ricerca di senso. Per molte persone, la motivazione intrinseca è alimentata sempre più anche dal bisogno crescita personale e dalla ricerca di scopo, oltre che dalle leve motivazionali tradizionali.
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Riccardo Fraddosio
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Per approfondire, vedi A. MASLOW, Motivazione e personalità, Roma, Armando Editore, 2010
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